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INTERROGAZIONE PARLAMENTARE M5S SU MICOTOSSINE NEL GRANO

Pubblicato il 7 maggio 2014, nella seduta n. 242

DONNO , PUGLIA , CAPPELLETTI , BUCCARELLA , SERRA , CIAMPOLILLO , SIMEONI , GAETTI – Ai Ministri delle politiche agricole alimentari e forestali e della salute. –

Premesso che:

il comparto dei cereali ha un ruolo molto importante nell’agricoltura italiana. Una delle colture che assume il maggior peso in termini economici è, storicamente, il grano duro, di cui sono produttrici molte regioni d’Italia (Puglia, Sicilia, Basilicata, Molise, Lazio);

il settore sta attraversando una fase di inedita crisi, rispetto al passato, determinata dalla difficile congiuntura economico-finanziaria, dall’incertezza dei mercati agricoli, dai crescenti costi, dai rischi associati al fenomeno della mutabilità dei prezzi all’origine, dalla scarsa trasparenza nei meccanismi di formazione del prezzo e, soprattutto, da una concorrenza sleale che falsa le quotazioni di mercato;

in particolare il mercato interno dei cereali, soprattutto quello meridionale dove si concentra maggiormente la produzione nazionale, deve far fronte a forti dinamiche anticoncorrenziali causate dalla presenza di massicce importazioni di grano estero di scarsa qualità. Tali importazioni hanno fatto crollare i prezzi pagati ai produttori determinando altresì una cospicua perdita di reddito per il territorio nazionale, a dispetto di un incremento a livello mondiale dei consumi di pasta e di un crescente aumento dei prezzi per i consumatori finali;

in tale situazione, gli agricoltori e i consumatori sono i soggetti maggiormente danneggiati dai comportamenti anticompetitivi e ciò ha determinato l’intervento da parte dell’autorità di controllo. All’uopo, il cartello dei pastai scoperto dall’Autorità garante delle concorrenza e del mercato è la dimostrazione della sussistenza di un atteggiamento scorretto e non adeguatamente stigmatizzato;

è sempre più diffuso un cattivo funzionamento delle borse merci, comprovato da una crescente insofferenza nel settore. A conferma di ciò, i prezzi del grano, all’origine, risultano essere iniqui e non concorrenziali e non vi è una concreta tutela della parte economicamente più debole;

il valore salutistico del grano duro italiano è una risorsa inestimabile. A parere degli interroganti se si tenesse conto dei costi necessari a produrlo nelle zone vocate, sia pur a bassa produttività, l’abbandono del territorio potrebbe essere evitato ed il diritto alla salute e al reddito salvaguardato;

l’arrivo in Europa di materie prime di pessima qualità, al contrario, danneggia la salute e avvantaggia solo i bilanci dell’industria di trasformazione;

per il rilancio competitivo del sistema agroalimentare a giudizio degli interroganti è necessario puntare sulla promozione della qualità dei prodotti e del sistema di produzione, anche attraverso una sempre più completa informazione al consumatore;

connessa al tema della qualità è la questione relativa alla sicurezza alimentare, per la quale la normativa europea vigente stabilisce alcuni dei più rigorosi requisiti minimi di produzione del mondo, in risposta alle aspirazioni espresse dai consumatori e dai cittadini europei;

considerato che:

le micotossine sono metaboliti secondari di funghi parassiti presenti endemicamente nelle derrate agricole. Tuttavia, concentrazioni critiche di micotossine nelle partite destinate all’alimentazione umana hanno importanti implicazioni legate alla sicurezza alimentare;

la presenza di tali micotossine nelle derrate alimentari è stata oggetto, negli ultimi anni, di regolamentazioni diversificate in molti Paesi del mondo e ciò ha avuto importanti riflessi sugli scambi commerciali e sulla collocabilità delle derrate; la maggior parte dei Paesi ha un limite inferiore a 1.000 ppb (parti per miliardo) mentre l’Europa nel tempo ha innalzato il suo limite portandolo a 1.750 ppb con il regolamento (CE) n. 1881/2006;

considerato inoltre che:

la dieta mediterranea è basata sul consumo di prodotti a base di cereali (pane e pasta), consumati in Italia in quantità certamente superiore rispetto al resto d’Europa;

le micotossine arrecano diverse patologie ponendo in essere sulle funzioni cellulari un’azione cancerogena, nefrotossica e teratogena; la presenza di DON (deossinivalenolo) provoca sintomi acuti quali nausea, vomito, mal di pancia, profondi disturbi gastrointestinali, diarrea, vertigini e mal di testa, oltre ad interferire sul sistema ormonale;

il rapporto della Commissione scientifica sugli alimenti, consulente della Commissione europea, ha stabilito che la dose temporanea totale giornaliera di consumo (TDI) di alimenti contenenti DON è fissata in un ppb per ogni chilo di peso corporeo del consumatore europeo;

i limiti attuali di micotossine sono tarati sull’europeo medio che consuma 5-6 chili di pasta all’anno, a differenza dei 27 chili di pasta pro capite consumati in Italia, rendendo di fatto tossici i limiti stabiliti per i consumatori italiani. L’attuale limite europeo per il DON è stato fissato pari a 750 ppb per gli adulti, mentre per lattanti e bambini è stato fissato a 200 ppb;

considerato infine che:

il rapporto fra mercato e micotossine riguarda la complessa relazione tra sicurezza alimentare e difesa del reddito degli anelli più deboli della filiera (agricoltori e consumatori) e determina anche serie conseguenze sull’esistenza di migliaia di aziende italiane;

l’attuale legislazione, che regola le borse merci dei cereali al Sud, non solo non tiene conto dei differenti livelli di micotossine, ma soffre di scarsa trasparenza nelle negoziazioni e necessita di un adeguamento alla vigente legislazione antitrust comunitaria;

il ruolo del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali non è secondario ai fini della trasparenza di questo mercato;

a parere degli interroganti è necessaria un’azione di riconoscimento e di attuazione dei principi tesi a realizzare, nel settore, gli scopi umani e sociali previsti dai trattati internazionali così come occorre incentivare la produzione italiana di qualità, sia per far fronte ai crescenti bisogni di sicurezza alimentare che per ridurre la dipendenza dell’industria di trasformazione italiana dall’importazione del grano, con benefici effetti sulla bilancia commerciale,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;

se non intendano, nei limiti delle proprie attribuzioni, promuovere iniziative finalizzate alla protezione del grano e i suoi derivati (semola, pasta, pane), specie nelle aree vocate del Mezzogiorno, predisponendo l’avvio di un programma di tutela e valorizzazione presso l’Unione europea, di concerto con le Regioni, le associazioni di categoria nazionali, le centrali cooperative e i movimenti agricoli;

se non considerino di dover intervenire urgentemente nelle opportune sedi europee e di competenza affinché siano abbassati i limiti europei per il DON, tenuto conto del maggior consumo, da parte della popolazione italiana, di grano e derivati;

se non intendano attivarsi, presso le sedi istituzionali preposte, sollecitando l’obbligo della colorazione per i grani duri importati dalla UE e destinati ad altri usi, per evitare che questi vengano fraudolentemente utilizzati a fini alimentari, alterando le reali quotazioni di mercato e minacciando la salute pubblica;

se non ritengano di dover sollecitare, presso le sedi istituzionali comunitarie, l’emanazione di disposizioni che obblighino l’indicazione in etichetta dei valori di micotossine di ogni lotto prodotto (pane, pasta, prodotti da forno, eccetera), indicando altresì l’esistenza del doppio limite per il DON (200 ppb per i bambini e 750 per gli adulti);

quali opportune iniziative intendano adottare, per quanto di competenza, al fine di tutelare il mercato nazionale del grano, le negoziazioni e la formazione dei prezzi, anche attraverso informazioni dettagliate e tempestive su produzione, consumi, importazioni ed esportazioni;

se non ritengano di attivarsi al fine di modificare il piano cerealicolo nazionale, allo scopo di introdurre gli indici di micotossine nella classificazione merceologica.

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LA SINDROME DELLA PERMEABILITA’ INTESTINALE, CELIACHIA, SENSIBILITA’ AL GLUTINE, SPETTRO AUTISTICO, MICOTOSSINE E TOLERANZA IMMUNOLOGICA

LA SINDROME DELLA PERMEABILITA’ INTESTINALE, CELIACHIA, SENSIBILITA’ AL GLUTINE, SPETTRO AUTISTICO, MICOTOSSINE E TOLERANZA IMMUNOLOGICA (1a)
M. Proietti 1, A. Del Buono 2, C.Di Rienzo 3, G.Pagliaro 4 , A. D’Orta 5, P. Perrino 6, A. Di Benedetto7, R. Del Buono, M.G. Del Buono 8

Diverse patologie umane partono da un intestino poco efficiente. Ma cosa rende inefficiente l’intestino? Bisogna rivalutare i rapporti tra cibo e salute. Tre milioni di italiani e venti milioni di statunitensi soffrono di sensibilità al glutine, sindrome simile ma allo stesso tempo diversa dalla celiachia. Dalla sensibilità al glutine scaturiscono patologie diverse, in funzione del polimorfismo genetico dei soggetti e dell’ambiente in cui essi vivono. Aumentando le nostre conoscenze sulle interazioni tra cibo, abitudini alimentari, genomica e ambiente è possibile effettuare una prevenzione e/o terapia migliore. È iniziata l’era dell’epigenetica mentre il dogma del determinismo genetico si avvia al tramonto.

Permeabilità dell’intestino

Molti studi sulla permeabilità della barriera gastrico-intestinale (g.i.) indicano che essa è strettamente dipendente dal genoma dei batteri intestinali 1,2 3. L’intestino con flora batterica compromessa che a sua volta compromette la produzione di enzimi digestivi, perdendo le normali condizioni biochimiche, relative a pH, vitamine, peptidi e batteri, genera infiammazione minima submucosale secondaria, tale da alterare alcuni pattern enzimatici presenti sulle membrane cellulari, in particolare sui microvilli (un caso eclatante è quello della lattasi1).
In condizioni normali i microvilli permettono la digestione fisiologica e l’assorbimento dei micronutrienti, mentre in condizioni anomale si determina il passaggio di macro-molecole oltre la barriera g.i, (Fig. 1) che per le loro dimensioni possono essere identificate come non self e risultando immunogene possono scatenare una risposta immunologica. L’epitelio g.i. è normalmente una barriera selettivamente permeabile e la sua funzione è determinata dalla formazione di complessi proteina-proteina: desmosomi (desmosome junctions), emidesmosomi (hemidesmosome junctions), giunzioni comunicanti (gap junctions), aderenti (adherens junctions) e giunzioni strette (tight junctions). Queste ultime collegano meccanicamente cellule adiacenti per sigillare lo spazio intercellulare.
Nel corso dell’ultimo decennio, c’è stata una crescente attenzione alle tight junction, in quanto la loro alterazione determina un’interruzione della funzione di barriera g.i. che contribuisce a favorire reazioni immunologiche (malattie autoimmuni ed infiammatorie) 1,4,5.

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1 La lattasi è l’enzima prodotto nei microvilli intestinali e serve a digerire il lattosio, cioè a scinderlo in glucosio e galattosio. Cosa che avviene nei soggetti detti lattasi persistenti, cioè che anche da adulti tollerano il lattosio perché continuano a produrre la lattasi. In questi soggetti il gene LCT (cromosoma 2) che produce la lattasi non si spegne con lo svezzamento, come avviene in chi è intollerante al lattosio. Poiché la lattasi è prodotta a livello dei microvilli, eventuali problemi ai microvilli, come può essere la celiachia (intolleranza al glutine) possono comportare mancata produzione di lattasi e quindi una falsa intolleranza al lattosio.

fig1

Fig. 1. Illustrazione di una mucosa intestinale sana e danneggiata con possibili conseguenze patologiche (cortesia di Proietti).

Evidenze sperimentali [6,8] suggeriscono che la disfunzione delle giunzioni strette sia concausa, ma forse la principale, per l’insorgenza di malattie infiammatorie immunologiche sistemiche, malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), allergie alimentari e celiachia [22,23]. Ciò sembra inoltre partecipare all’evoluzione dell’Autismo 2,12,13,14,15,16. Complessivamente, i risultati di tutti questi studi mostrano o comunque sembrano suggerire che le malattie correlate con l’intestino permeabile possano scomparire e/o arrestarsi se la funzione di barriera intestinale del paziente viene ristabilita. Le prove a sostegno di tutto ciò sono ancora incomplete, ma sono abbastanza solide da incoraggiare i ricercatori a proseguirne il cammino intrapreso.
Le tight junction sono il target primario degli agenti esterni, che agendo come inquinanti chimici e/o biologici [9,10] interagiscono con la matrice proteica delle giunture, alterandone la conformazione e quindi aumentandone sempre di più la permeabilità agli agenti esterni. Le nostre osservazioni hanno individuato nell’ingestione inconsapevole di inquinanti biologici (micotossine) e conseguente disbiosi e sporificazione da Candida, i fattori determinanti della sindrome della permeabilità intestinale (leaky gut syndrome). Si stabilisce così un nuovo equilibrio del microbiota 24-29, che spesso può anche non determinare segni o sintomi clinici rilevanti 10,11 .
In ogni caso, bisognerebbe comunque verificare il tempo di non insorgenza dei sintomi tipici della sindrome, in relazione anche alle fasce d’età. È necessario capire perché in alcuni soggetti non c’è insorgenza e se si tratta di una situazione temporanea o duratura. Uno studio di questo genere potrebbe svelare altri meccanismi, probabilmente del sistema immunitario, ancora sconosciuti.

Tolleranza immunonologica: celiachia e sensibilità al glutine (gluten sensitivity)

La grande peculiarità della celiachia è indubbiamente il fattore ambientale che la causa: la gliadina. Si tratta di un peptide immunogenico, resistente alla digestione enzimatica pancreatica e gastrica, che solo a causa delle modificazioni delle giunzioni strette riesce a trovare il passaggio per arrivare alla lamina propria (parte della mucosa intestinale), dove ha luogo la risposta immunitaria. Come dire: se non si apre la porta non si può passare. In ogni caso, è proprio qui, a livello di lamina propria, che la transglutaminasi tissutale (tipo II – tTG) catalizza legami covalenti tra glutammina e lisina. E i peptidi così deamminati creano epitopi (parti dell’antigene che si legano all’anticorpo specifico), con un aumentato potenziale immunostimolatore.

Con questa modifica viene ad aumentare l’affinità degli antigeni, presentati dalle APC (Antigen-presenting Cell) ai macrofagi, ai linfociti B e T CD4+ (linfociti helper), con il sistema HLA II (Human Leukocite Antigen II) e quindi con i due geni o molecole proteiche DQ2 e DQ8 da essi prodotti. Le lesioni della mucosa intestinale (atrofia dei villi e iperplasia delle cripte) riscontrabili con l’esame bioptico sono il risultato di questo processo immunologico dinamico e modulabile nel tempo. Sebbene sia nota la componente genetica della malattia celiaca, con numerose evidenze quali il rischio aumentato di malattia nei parenti di primo grado, la concordanza nei gemelli omozigoti superiore al 75% e la concordanza nei gemelli dizigoti del 13%, ci deve essere sempre un primum movens, che è l’apertura delle giunzioni strette (tight junction). La Sensibilità al glutine (Gluten Sensitivity), invece, non è una forma attenuata della celiachia, ma una malattia a se stante. Essa, pur diversa dal punto di vista molecolare e immunitario, potrebbe presentare tuttavia la stessa causa scatenante, cioè l’apertura delle giunzioni strette (tight junction). Il fatto che nel mondo ci sono 3 milioni d’italiani e 20 milioni di statunitensi affetti da sensibilità al glutine, l’interesse verso questa condizione morbosa e soprattutto sulla sua possibile evoluzione verso la forma tipica è veramente notevole.
La Gluten Sensitivity (GS) non presenta alterazioni della permeabilità intestinale, manifesta solo la flogosi submucosale, che invece, come è noto, è significativamente maggiore nella celiachia. «Nella celiachia si attiva un meccanismo autoimmune condizionato da una risposta adattativa del sistema immunitario, nella GS invece, c’è un meccanismo genetico che coinvolge il sistema immunitario innato, senza interessamento della funzione della barriera intestinale, dove si riscontrano segni di infezione ma non di danno, come avviene nella celiachia»10.
Ad oggi non esistono test di laboratorio o istologici in grado di confermare questo tipo di “reattività”, di conseguenza si tratta di una diagnosi cui si giunge per esclusione; la diagnosi sarà seguita da una dieta con eliminazione del glutine ed un open challenge (una reintroduzione sorvegliata di alimenti contenenti glutine), per valutare se si verifica un effettivo miglioramento dei sintomi alla riduzione o eliminazione del glutine dalla dieta ed una ricomparsa dei disturbi alla reintroduzione di questa proteina alimentare.
Possiamo dire che le due condizioni patologiche, la celiachia e la GS, hanno in comune, come fattore scatenante, il glutine. Ma è arrivato il momento di aggiungere un altro fattore esterno o ambientale: le micotossine. Possiamo cioè affermare che l’alimento diventa comune denominatore del danno, non solo per il contenuto di macronutrienti, qualitativo e quantitativo, ma anche per le diverse micotossine che sinergicamente possono contribuire alla sindrome della permeabilità intestinale (leaky gut syndrome) [17, 21]. Tra le principali micotossine che partecipano o favoriscono la sindrome (aflatossine, ocratossine, ecc.) la nostra attenzione si è focalizzata sul deossinivalenolo (DON).
Per la facilità di contaminazione degli alimenti più comuni come pasta e pane, le micotossine, tra cui il DON, il più studiato, hanno una particolare predilezione per le giunzioni strette. Ciò potrebbe essere correlato ad una innumerevole quantità di manifestazioni cliniche che insorgono apparentemente senza un motivo identificabile. E’ auspicabile che la ricerca futura intensifichi gli studi su un numero maggiore di micotossine e sulle loro reciproche interazioni.
Negli ultimi cento anni l’uomo ha favorito i riarrangiamenti genetici, producendo ibridi interspecifici nel genere Triticum (frumenti) e intergenerici, tra Triticum e Secale (Triticale) per migliorarne le rese per ettaro. Nessuno ha mai verificato, per quanto ci risulta, su basi strettamente scientifici, se questi cambiamenti genetici hanno favorito una risposta immunologica e quindi determinato un incremento o meno delle condizioni che conducono alla celiachia, GS, all’autismo ed eventualmente ad altre malattie negli ultimi 30 anni. L’INRA di Tolosa 31 ha studiato i meccanismi molecolari e la risposta immunitaria verso grani, farine e paste privi di micotossine, facendo particolare riferimento al DON. Forse nei risultati di questi studi c’è già una risposta, ma c’è bisogno di un approfondimento (elaborazione) o ulteriore sperimentazione prima di dare una soluzione definitiva alla questione, e cioè se i cambiamenti genetici indotti con gli incroci e mutazioni artificiali hanno una qualche relazione con la celiachia e l’autismo 14,16,17,18.
La ricerca sulle micotossine si complica quando entra in gioco un altro fattore: le lectine. La differenza genetica tra i frumenti è da ascrivere anche a proteine denominate lectine, che sono presenti non solo nei saprofiti e patogeni, ma anche negli alimenti e sulla mucosa del tratto digerente. Le lectine, di diversa composizione chimica, si correlano con gli antigeni A o B, presenti sulla membrana degli elementi figurati del sangue, in particolare dei globuli rossi.
Quando ingeriamo un alimento contenente lectine incompatibili, col nostro codice di riconoscimento attiviamo una risposta minima immunologica (Minimal Flogosis). Quindi anche le lectine possono innescare un danno alle pareti dell’apparato digerente. Se contestualmente l’alimento contiene anche micotossine (in quantità biologiche significative), come il DON, allora diventa valida l’ipotesi della risposta di una sintomatologia clinicamente rilevante.
In altre parole, le lectine darebbero il via alle micotossine (macromolecole). Le lectine sono quelle che aprono la porta? Per tali motivi e per valutare l’effettiva dipendenza dal glutine delle alterazioni cliniche e sintomatologiche evidenziate nei soggetti con Sensibilità al Glutine (GS), un gruppo di ricercatori che fanno capo al Consorzio Campo e la fondazione Dino Leone di Bari, hanno avviato un progetto di ricerca per studiare questa relazione tra natura o composizione degli alimenti, micotossine e sistema immune.

Il deossinivalenolo (DON o Vomitossina)

Il deossinivalenolo (DON) è una micotossina, uno dei metaboliti di alcuni ceppi fungini (muffe), appartenenti al genere Fusarium (F. graminearum e F. culmorum, ecc.). Si tratta di “fattori tossici naturali e involontari”, cancerogeni, teratogeni e mutageni. Dallo stesso fungo si possono originare più tossine, come nel caso della candida (Candida albicans) e ci possono essere sinergie tra tossine diverse, come nel caso della ocratossina A (OTA) e la citrinina.
Su scala globale, il DON è la micotossina di gran lunga più frequente e quindi quella più temuta e per questo più studiata. Si contaminano particolarmente i cereali e loro derivati (farine, pane, ecc.). In considerazione della sua estrema stabilità (termostabile) durante i diversi trattamenti tecnologici e la quasi totale assenza di processi di decontaminazione, il DON lo si può trovare facilmente anche negli alimenti finiti.
E’ quindi importante caratterizzare gli effetti tossici del DON, in particolare su tutto l’intestino, stomaco compreso, primo organo che entra in contatto con gli alimenti. Questa micotossina riduce la funzione di barriera dell’intestino (riduzione della resistenza elettrica dell’epitelio, aumento della permeabilità cellulare alle molecole, aumento del passaggio di batteri). L’alterazione della funzione di barriera g.i è associata ad una riduzione della funzione proteica (claudins) in una particolare regione del tessuto intestinale: le cosi dette giunzioni strette (Fig. 2). Queste svolgono il ruolo di “cerniera” tra le cellule intestinali. Ciò è stato osservato sia in colture cellulari sia negli intestini dei maialini che avevano ingerito mangimi contaminati 31.

fig2

Fig. 2. Giunture strette e proteine coinvolte (cortesia di wikimedia Italia)

Il fatto che il DON riduca la funzione di barriera intestinale causa un aumento del passaggio di batteri attraverso l’intestino. Viene alterata la permeabilità intestinale. Ciò ha conseguenze importanti in termini di suscettibilità alle infezioni (Salmonella, Escherichia, ecc.). Aumenta il passaggio di agenti inquinanti, come metalli pesanti, pesticidi, potenziandone gli effetti dannosi, che possono favorire reazioni immunologiche locali e sistemiche e condizionare la prognosi di malattie come la sensibilità al glutine (Gluten Sensibility) e l’autismo. Il danno indotto può offrire anche valutazioni indirette di grande interesse, in quanto le alterazioni della mucosa modificano, anche se di poco, la funzione biochimica cellulare.
Si assiste ad una carenza di vit. B12 per i motivi su esposti, quindi ad una diminuzione delle desaturasi e ciò spiegherebbe l’alterazione delle membrane in quanto povere di polinsaturi e ricche di saturi (fosfogliceridi).
A livello intestinale può essere penalizzato l’assorbimento della vitamina B12, che necessita del Fattore Intrinseco (F.I.) Intestinale (o Gastrico o di Castle). Una carenza di B12 può ostacolare la conversione fisiologica dell’omocisteina in metionina. A cio’, seguirà, secondo una variabile dipendente dalla predisposizione individuale, la comparsa delle spie cliniche.
Essendo il DON di facile presenza nelle mense scolastiche, asili nido ed elementari, dove arriva specialmente con il pane e più limitatamente con la pasta, l’industria di questi alimenti dovrebbe essere obbligata a lavorare il grano prestando maggiore attenzione alla contaminazione in campo e ad attuare processi fermentativi specifici in grado di abbattere la carica di micotossine.

Emergenza autismo

Dopo il lavoro di Reichelt [30], sono sempre di più gli autori che evidenziano nelle urine dei bambini affetti da autismo la presenza di alti livelli di peptidi “oppioidi” (casomorfina e glutomorfina). Ciò consente di ipotizzare che i bambini autistici durante i processi digestivi, per un’alterata digestione di queste proteine dovuta a meccanismi ancora non chiari, (ma che comunque implicano un coinvolgimento delle giunzioni strette), assorbano peptidi anomali che influenzano il meccanismo della neurotrasmissione (vedi inibizione della normale maturazione neuronale di Reichelt, 1986), in quanto riescono a superare la barriera emato encefalica. Tali molecole per la loro affinità con i recettori  possono essere una concausa del comportamento di tali pazienti2. Per questo motivo, spesso, viene loro indicata una dieta priva di tali alimenti. Un periodo di astensione da glutine e caseina, che varia a seconda dei casi, permette di abbassare sensibilmente i livelli dei peptidi oppioidi. I risultati ottenuti sono molto incoraggianti, soprattutto se viene praticata in età non scolastica, ma nei primi anni di vita, quando le potenzialità evolutive e la neuro plasticità sono ancora molto attive.
Queste considerazioni diventano imperative in tutte le donne gravide con rischio di familiarità. Basti pensare che alcuni studi indicano che ci sono alti livelli di micotossine nel cordone ombelicale, più alti di quelli plasmatici. L’alterazione delle giunzioni strette segue la disbiosi3. È noto che a seguito del ripristino dell’equilibrio, (eubiosi), si riduce la permeabilità intestinale, contestualmente al miglioramento delle condizioni generali dei bambini.
Il lato positivo della dieta naturale senza glutine e caseina è espresso dal notevole miglioramento ottenuto dai bambini che seguono tale regime alimentare: maggiore attenzione, miglioramento delle capacità interattive, regressione dell’iperattività, delle stereotipie, dei comportamenti violenti, maggiore resistenza alle infezioni e miglioramento della qualità del sonno.

Conclusioni

I risultati delle numerose ricerche incoraggiano ad approfondire gli studi sugli effetti della contaminazione degli alimenti da micotossine, sia nella dieta dell’uomo che in quella degli animali, evitando così di inquinare tutta la catena alimentare. In questo modo si coglierebbe l’obiettivo di ridurre il problema della permeabilità intestinale, punto di partenza di diverse patologie.
Attualmente, uno degli obiettivi dei ricercatori è di comprendere i delicati equilibri immunologici legati probabilmente al consumo di alimenti ricchi di glutine “pesante” e valutare il consumo in relazione alla rapida diffusione delle malattie correlate al glutine. I grani dell’agricoltura industriale, che sono la maggior parte, sono iperconcimati, spesso coltivati in ambienti che favoriscono la contaminazione da funghi con conseguente sviluppo di micotossine.
Questi grani contengono una quota di glutine superiore del 12% rispetto a quelli non iperconcimati, e rendono difficile la vita non solo ai soggetti border line per la celiachia, ma in tutti i casi caratterizzati da manifestazioni immunologicamente correlate, “sindrome metabolica” compresa. Sembra quindi che la crescente sensibilità alle diverse patologie sia determinata dalla
2 I recettori per gli oppioidi sono dei recettori chiamati così in quanto sono attivi con la morfina (derivato dell’ oppio). Fisiologicamente le molecole attive su questi recettori sono le encefaline, endorfine, dinorfine. Si conoscono 3 recettori: , k e . Il loro meccanismo è legato alla modificazione dell’elettrofisiologia del potassio e del calcio e più precisamente: Recettori mu e delta aumentano la conduttanza al potassio mentre i recettori K riducono la conduttanza al calcio. I 3 recettori hanno un’azione di tipo analgesico, ma a diversi livelli. : Genera analgesia (livello sovraspinale), depressione respiratoria, diminuzione attività gastro intestinale, euforia, miosi; K: Genera analgesia (livello spinale), miosi, depressione respiratoria, disforia (a differenza dei recettori ); Delta: non genera analgesia, ma diminuiscono il transito intestinale e deprimono il sistema immunitario. 3 La disbiosi intestinale è causata da cattiva alimentazione ricca di cibi raffinati additivi e inquinanti, farmaci, stress, vita sregolata. I sintomi sono: pancia gonfia, cattiva digestione, colite, diverticolosi, allergie, intolleranze alimentari, stanchezza cronica e forme gravi di epatite crescente diffusione dei grani moderni, con più glutine, a discapito dei grani antichi, con meno glutine e con i quali l’uomo si è evoluto. Per alcuni si tratta ancora di ipotesi, per altri di certezze. Per questo il compito della ricerca, svolta da gruppi di lavoro multidisciplinari, deve essere di eliminare, per quanto possibile, ogni zona d’ombra.

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(1a) Lo studio è basato su dati della letteratura specializzata, reperibile attraverso Medline e diversi documenti ufficiali divulgati da varie istituzioni pubbliche e private.
Ringraziamenti
Si ringrazia il Presidente della Fondazione Cav. Dino Leone, Dottor Osvaldo Catucci.
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1) Maurizio PROIETTI, Ricercatore ISDE international society of doctors for the environment, Presidente dell’Associazione Italiana Studio Elementi Tossici. Delegato Nazionale Fondazione Dino Leone.
2) Andrea DEL BUONO, Medico di Medicina Generale, Specialista in Medicina del Lavoro, Delegato Nazionale Fondazione Dino Leone, Caserta.
3) Caterina DI RIENZO Medico chirurgo – Vicepresidente dell’Associazione Italiana Studio Elementi Tossici.
4) Giacomo PAGLIARO Biologo Nutrizionista, Specialista in Scienze dell’Alimentazione, Università di Ancona
5) Armando D’ORTA, Biologo Nutrizionista, Specialista in Scienze dell’Alimentazione, Caserta. Delegato Nazionale Fondazione Dino Leone.
6) Pietro Perrino, Agronomo Genetista, già Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bari.
7) Andrea Di Benedetto, Agronomo, Direttore dell’Associazione Campo di Altamura.
8) R. DEL BUONO – M.G. DEL BUONO, Medicina e Chirurgia, Università Campus Bio-Medico, Roma.

Grano duro: scenario allarmante per le regioni del sud. Audizione Fima in Comagri.

La XIII Commissione agricoltura della Camera, presieduta dall’ On. Paolo Cova, ha ascoltato l’ 8 ottobre in audizione la Fima, Federazione Italiana Movimenti Agricoli, su Pac e problematiche del grano duro.

Alla presenza di numerosi deputati, è intervenuto il coordinatore nazionale Fima Saverio De Bonis che ha illustrato il parere della Federazione sulla nuova Pac e si è soffermato sugli annosi problemi del grano duro italiano, consegnando due documenti alla Commissione.

“Gli agricoltori – dichiara il coordinatore Fima – vogliono una Pac che premi chi produce e vive di sola agricoltura. Per questo, adesso che l’ Italia deve declinare adeguatamente la riforma in ambito nazionale e le risorse si sono assottigliate, occorre mirare gli aiuti per recuperare la forte perdita di reddito subita dagli agricoltori italiani rispetto ai colleghi europei che ha costretto alla chiusura migliaia di aziende agricole”.

“A tal proposito – aggiunge – sarà decisivo il modo in cui verrà definita la figura dell’ agricoltore attivo e la velocità di erogazione degli aiuti affinché la nuova riforma ci avvicini all’ Europa e non ci separi”.

Sulla vicenda del grano, “per contrastare l’ ennesima speculazione in atto – evidenzia De Bonis – è tempo di attuare il divieto di vendita sottocosto delle materie prime agricole previsto dall’ art 62. La norma c’è ma non si applica”. Inoltre – sottolinea – i regolamenti delle attuali borse merci sono datate di un secolo ed in contrasto con la normativa europea antitrust. Affinché i mercati possano funzionare meglio occorre prima di tutto garantire una buona informazione, la trasparenza e la neutralità dei commissari, attraverso una commissione unica nazionale. E’ pertanto necessario – aggiunge – rivedere l’ intero sistema delle Borse merci nazionali, sempre più maschere di meccanismi di cartello a danno dei produttori e consumatori. Servono, però, regole cogenti di funzionamento emanate dallo Stato, per evitare che le lobby le annacquino, come già accade in altre filiere”.

“Le regioni del Sud – fa notare – una volta erano il granaio dell’ Europa con in testa la Sicilia, Puglia e Basilicata. Oggi, prezzi di vendita al ribasso e svalutati rispetto a venti anni fa, costi di produzione in progressivo aumento, mercati poco trasparenti, oppressione fiscale e stretta creditizia, scarsa tutela sindacale e assenza di controlli sui prodotti alimentari, definiscono un quadro molto grave della situazione agricola del Paese e, in particolare, della cerealicoltura del mezzogiorno. Solo in queste regioni in dieci anni hanno chiuso 224 mila aziende, di cui nessuno parla”.

“Per avere un’ idea della perdita del nostro potere d’ acquisto – spiega De Bonis – all’epoca con 80 qli di grano si poteva comprare un piccolo trattore, oggi si possono comprare solo i pneumatici! I fornai, al contrario, da un quintale di grano duro che costa 25 euro ottengono un quintale di pane da cui ricavano almeno 250 euro al sud! Un valore aggiunto che si decuplica in maniera spropositata grazie agli egoismi della filiera. Basterebbe dividere in tre parti tale valore (1/3 a chi produce la materia prima, 1/3 a chi la trasforma e 1/3 a chi la distribuisce) e agli agricoltori arriverebbero 80 euro a quintale. La filiera così raggiungerebbe velocemente il riequilibrio dei redditi”.

In una piccola regione come la Basilicata, al terzo posto come produttore di grano duro, negli ultimi dieci anni si è quasi dimezzato il numero delle aziende agricole (erano 81.922 nel 2000, sono calate a 51.756 nel 2010 (-26,8%) e si è ridotta la superficie (la Sau è passata da 537.695 ettari nel 2000 a 519.127 ettari nel 2010 (-3,4%).

In Puglia e in Sicilia sono invece aumentate le superfici (Puglia: 1.247.577 ettari nel 2000 e 1.285.289 nel 2010 (+2,9%); Sicilia: 1.279.706 nel 2000 e 1.387.520 nel 2010 (+7,7%), ma sono diminuite le aziende (in Puglia erano 336.694 nel 2000, sono calate a 271.754 nel 2010 (-19,2%); in Sicilia erano 349.036 nel 2000, sono calate a 219.677 nel 2010 (-37%).

“Questo tsunami – evidenzia il coordinatore – che ha distrutto migliaia di aziende e posti di lavoro, in assenza di una politica agricola efficace, si è verificato in regioni che dispongono di un giacimento d’ oro per il Paese rappresentato da un grano che oltre ad essere buono è anche salubre. In alcune regioni, dove è scarsamente valorizzato, potrebbe valere più del petrolio! Con una differenza: il petrolio inquina, il grano buono disintossica!”

Già, perché la battaglia del grano è una battaglia per la vita? Una battaglia che non si vince salvaguardando solo l’uso delle sementi certificate o sospendendo le quotazioni. “Il raccolto 2013 pur proveniente da sementi certificate – dichiara – ha subito un repentino calo delle quotazioni già alla raccolta, mentre oggi addirittura siamo quasi al crollo: 24 euro in Puglia e Basilicata e 22 euro in Sicilia, a fronte di un costo di produzione superiore a 30 euro! Gli agricoltori temono perciò una nuova bolla.“

Questa battaglia, al contrario, si vince con l’ informazione. A distanza di molti mesi dalla raccolta 2013, la produzione italiana di grano duro è, infatti, misteriosa. Secondo l’ultima rilevazione Istat la produzione italiana nel 2013 sarebbe diminuita appena di 1.1270.000 qli, mentre addirittura la superficie a duro è aumentata quasi dell’ 1% grazie a quasi centomila ettari in più del meridione!

Un risultato del tutto differente dai dati divulgati da un noto settimanale specializzato qualche settimana fa che riportava un netto calo di superfici e produzioni di grano duro in Italia 2012 vs 2013 (-17% superfici pari a -220.000 ettari, -11% produzione pari a circa -458.000 t).

“La confusione e l’incertezza – sottolinea De Bonis – sono il terreno ideale per la speculazione. E’ corretto imputare un calo di produzione nel meridione che invece non c’è stato, a fronte di un aumento di 2,7 milioni di quintali? E non evidenziare il calo che si stà registrando nel Centro-Nord per circa 3,9 milioni di quintali? Questo fenomeno occultato potrebbe forse dipendere dalla salubrità del grano ovvero dalla presenza di micotossine e dalla crescente consapevolezza dei consumatori? “

Il dubbio è che qualcuno potrebbe avere interesse a far si che la disponibilità teorica di grano duro buono al Sud appaia ridotta, per giustificare le importazioni, mentre i dati dimostrano che la produzione di qualità cresce e sottrae quote di mercato alla produzione più scadente sotto il profilo sanitario.

E se si è prodotto molto grano duro di qualità in Italia nel 2013 perché ne stiamo importando a manetta dall’estero? Solo una indagine approfondita dell’ antitrust e dell’ antifrode può contrastare la BOLLA SPECULATIVA IN ATTO. Non dimentichiamo che gli industriali sono già stati ‘multati’ una volta dall’ antitrust per aver fatto cartello sui prezzi della pasta!

“In realtà – evidenzia De Bonis – potremmo essere di fronte ad un uso strategico della leva import-export per controllare i prezzi sul mercato nazionale del grano buono attraverso l’ importazione di quello cattivo. L’ alibi è quella della globalizzazione secondo cui l’ Europa può diventare pattumiera delle materie prime che all’ estero non sono commestibili nemmeno per gli animali”.

L’ arrivo in Europa di materie prime di pessima qualità, danneggia la salute pubblica, la bilancia commerciale e avvantaggia solo i profitti dell’ industria di trasformazione, che continua ad affermare strumentalmente che: (i) il grano italiano è insufficiente a soddisfare i nostri fabbisogni e manca la capacità di stoccaggio, nonostante le misure del Piano cerealicolo nazionale; (ii) il grano straniero è migliore perché è un grano di forza (più proteico) che gli agricoltori italiani non riescono a produrre per garantire la tenuta di cottura; (iii) il made in Italy stà nella ricetta e nello stile italiano con cui si fanno le cose!

“I fatti dimostrano il contrario – dichiara il coordinatore Fima – da un lato, gli agricoltori sono scoraggiati a produrre per via di comportamenti illeciti che rendono antieconomica la coltivazione, ragion per cui ci sono tantissimi silos vuoti. Basta solo censirli. Dall’ altro, hanno dimostrato che è possibile produrre pasta con grano locale. Ci sono tanti piccoli pastifici che lavorano solo semole locali e, peraltro, i consumatori stanno imparando a capire se nel pane vi sono micotossine: basta conservare una fetta di pane per quindici giorni e osservare se si formano muffe”.

E allora quali politiche adottare? L’ Italia ha spazio per recuperare 685 mila ettari che abbiamo perso in sette anni ed essere autosufficiente in quantità, qualità e salubrità!

Occorre inoltre intendersi sul significato di made in Italy e stile italiano con cui si fanno le cose, aldilà degli schermi legali e lobbistici. “E’ prioritario il know-how – evidenzia De Bonis – che genera profitto per pochi o la salute pubblica e il bilancio dello Stato a vantaggio di tutti? E la presenza dell’ uomo sul territorio non appartiene forse al costume italiano? Il vero made in Italy non è forse rispetto verso la nostra storia e cultura millenaria della pasta fatta con grani locali sin dagli Etruschi, dai Greci e dai Romani? Non è forse vero che nella “valle dei mulini” in Sicilia, all’ inizio del secondo millennio, si fabbricava una pasta, con grani siciliani, che veniva spedita in tutta l’ area del mediterraneo? O piuttosto appartiene allo stile italiano fare cartello e continuare ad adottare pubblicità ingannevoli a danno dei consumatori italiani, senza aver rispetto nemmeno per la salute dei bambini? Dobbiamo privilegiare la tecnologia che ha esasperato la raffinazione delle semole o tornare alle farine di una volta più integrali?”

La pasta è un simbolo del made in Italy e della dieta mediterranea, un pilastro della nostra alimentazione. “Tuttavia – conclude il coordinatore Fima – se nel mondo un piatto di pasta su quattro è italiano, possibile che ai consumatori italiani non debba essere consentito di poter scegliere, attraverso un marchio, una pasta fatta con il grano di qualità del proprio territorio obbligando in etichetta l’indicazione di origine della materia prima? Perché spacciare per italiana, una pasta la cui materia prima viene dall’ Arizona, dall’ Ontario o dalle Montagne Rocciose o dal territorio francese dei Galli e Celti? Chiunque è libero d’importare, ma quantomeno si vieti di utilizzare i trulli, il tricolore o le donne in abiti tipici con spighe di grano o altre immagini che evocano nella mente dei consumatori la provenienza della materia prima dall’ Italia.”

Per difendere il made in Italy e lo stile italiano autentico che è fatto di valori, la Fima ha consegnato una proposta di legge alla Commissione agricoltura della Camera dei Deputati dal titolo: “Disposizioni per lo sviluppo di grano duro a zero micotossine e di pasta ad alta salubrità prodotta in Italia” con cui si chiede la riduzione dei limiti di micotossine a livello nazionale e l’ adozione di traccianti atossici a livello nazionale e internazionale per le partite di grano che andrebbero destinate ad usi diversi da quello alimentare.

Micotossine nel grano duro, approvata risoluzione al Senato

RISOLUZIONE APPROVATA DALLA COMMISSIONE SULL’AFFARE ASSEGNATO N. 398

(Doc. XXIV, n. 44)

La Commissione, a conclusione dell’esame, ai sensi dell’articolo 50, comma 2, del Regolamento, dell’affare sulla questione inerente alla valutazione dell’impatto delle micotossine sulla filiera agroalimentare del grano duro,

premesso che,

la coltivazione del frumento duro in Italia riveste un ruolo di primario interesse in quanto fornisce la materia prima all’industria di trasformazione per la produzione della pasta;

l’area di coltivazione di questo tipo di cereale, tradizionalmente diffusa in particolare nel Meridione, si è estesa negli ultimi anni anche in alcune zone del Centro-Nord dove le condizioni agro-climatiche consentono il raggiungimento di elevati livelli produttivi;

fra gli aspetti qualitativi del frumento duro assumono una particolare importanza le caratteristiche igienico-sanitarie del prodotto in merito alla presenza ed alla diffusione di metaboliti tossici come, ad esempio, le micotossine di origine fungina che si sviluppano maggiormente negli areali umidi;

le micotossine sono metaboliti secondari prodotti da funghi o muffe, presenti in tutti gli ambienti dove si coltivano cereali, non solo in Italia ma anche in altri Stati;

in presenza di particolari condizioni climatiche tali muffe possono infettare le piante e produrre successivamente micotossine. Il livello di micotossine prodotte è fortemente correlato con l’andamento meteorologico dell’areale durante alcune fasi di sviluppo delle colture. Ad esempio piogge consistenti e ripetute possono favorire la presenza di deossivalenolo (DON) nei frumenti. Inoltre la produzione di micotossine è influenzata dall’agrotecnica adottata dagli agricoltori, in quanto esistono tecniche a basso rischio come pure moduli tecnici suscettibili di predisporre le condizioni per la contaminazione;

il tenore di micotossine in tali derrate e’ stato oggetto, negli ultimi anni, di regolamentazioni diversificate in molti paesi del mondo e cio’ ha avuto importanti riflessi sugli scambi commerciali e sulla collocabilita’ delle derrate; la maggior parte dei paesi ha un limite inferiore a 1000 ppb mentre l’ Europa nel tempo ha innalzato il suo limite portandolo a 1750 ppb (Regolamento CE n. 1881/2006);

ad oggi diverse tossine sono “normate” (in particolare cinque) mentre altre sono attualmente in fase di valutazione a livello europeo. Sono ravvisabili limiti massimi differenti per ogni singola tossina e destinazione d’uso della materia prima (food e feed) e lungo la filiera (cioè dal chicco alla pasta);

il rapporto fra mercato e micotossine, determina serie conseguenze sulla vita economica di migliaia di aziende italiane e può costituire una chiave di lettura innovativa e pratica con cui interpretare l’intimo collegamento tra sicurezza alimentare e difesa del reddito degli anelli più deboli della filiera che sono gli agricoltori e i consumatori;

la rilevazione del grado di contaminazione da micotossine, con specifico riferimento al Deossinivalenolo (DON) per il grano duro, e’ stato oggetto di monitoraggio nazionale in un progetto denominato MICOCER, portato avanti dal Cra-Unita’ di ricerca per la Valorizzazione qualitativa dei Cereali/Mipaaf insieme all’ Istituto Superiore di Sanita’ e all’ ISPA/CNR;

in particolare, nell’ambito del Progetto MICOCER è stata svolta un’attività di monitoraggio a livello nazionale sui livelli di contaminazione nel triennio 2006-2008, avente ad oggetto sia aziende agricole e centri di stoccaggio sia campi sperimentali. Il monitoraggio presso le aziende del settore primario ha fornito un quadro aderente alla realtà agricola nazionale, mentre quello relativo ai campi sperimentali appartenenti alla Rete di confronto varietale frumento duro ha permesso di effettuare una comparazione dei dati, a parità di condizioni agronomiche applicate, sulla base delle tre principali variabili, ossia anno di coltivazione, località e varietà;

sulla base dei risultati ottenuti è possibile evidenziare la forte influenza soprattutto dell’ambiente di coltivazione e dell’andamento climatico. Infatti, sebbene vi sia, in generale, un diverso andamento nel grado di incidenza nell’accumulo di valori di contaminazione procedendo dalle zone del Nord verso quelle del Sud, dove tali valori sono pressoché trascurabili, la valutazione del rischio di contaminazione deve tener conto soprattutto dell’ambiente inteso come microareale e cioè delle caratteristiche pedo-climatiche proprie delle singole zone di coltivazione;

il livello di micotossine nelle aree meridionali è tale da poterne stabilire un utilizzo alimentare con maggior sicurezza per i consumatori, tanto da poter soddisfare le esigenze più stringenti di quelle fasce più deboli – bambini e malati – e suggerire alcune riflessioni di carattere politico, economico e sanitario, con conseguenti decisioni di carattere legislativo;

la normativa comunitaria fissa, con il regolamento CE n. 1881/2006, i tenori massimi di alcuni contaminanti nei prodotti alimentari, stabilendo con il regolamento CE n. 401/2006 i metodi di campionamento e di analisi per il controllo ufficiale dei tenori di micotossine nei prodotti alimentari, e definendo specifiche raccomandazioni per prevenire e ridurre le contaminazioni attraverso l’applicazione di buone pratiche di coltivazione e/o di produzione;

la normativa sulle micotossine è materia in continua evoluzione sia per le nuove conoscenze scientifiche che per le ripercussioni che le misure adottate determinano negli scambi commerciali, anche con i Paesi terzi importanti produttori di materie prime;

impegna il Governo:

ad assumere tutte le iniziative volte a definire e ad individuare i quantitativi di prodotto in entrata nei centri di stoccaggio, formando partite omogenee non solo per caratteristiche qualitative ma anche – in certi anni e situazioni – per livello di contaminanti e definendo altresì controlli in accettazione più efficaci, da agevolare anche attraverso l’introduzione dell’obbligo di colorazione – mediante traccianti atossici – dei grani duri destinati ad altri usi, sia di provenienza comunitaria che extracomunitaria, prima dell’immissione in commercio degli stessi;

a razionalizzare il sistema dei controlli in ordine alla materia in questione, al fine di accrescere l’efficienza degli stessi, rafforzando la vigilanza alle dogane ed evitando inutili sovrapposizioni e promuovendo meccanismi di coordinamento operativo tra le varie autorità preposte a tali attività di vigilanza;

ad adottare tutte quelle iniziative – sia in ambito nazionale che in ambito comunitario – volte ad armonizzare le normative in materia di micotossine presenti negli alimenti con quelle dei paesi extraeuropei più virtuosi, nella prospettiva di tutelare adeguatamente – anche alla luce del principio di precauzione – la sicurezza dei consumatori, specie per i prodotti destinati ai minori, tenendo conto anche dei livelli medi di consumo di prodotti a base di grano duro ravvisabili in Italia, superiori a quelli di altri paesi europei, con conseguente maggiore esposizione ai rischi in questione sul piano della salute;

ad emanare, anche con riferimento ai prodotti alimentari della filiera del grano duro, i decreti attuativi di cui all’articolo 4, comma 3, della legge n. 4 del 2011, in materia di etichettatura dei prodotti agroalimentari, atteso che nel settore in questione la tutela della qualità è strettamente connessa alla tutela della trasparenza, prevedendo l’obbligo di indicare in etichettatura di tutti i prodotti a base di cereali e dei cereali stessi non solo la provenienza della materia prima agricola utilizzata, ma anche se il prodotto è idoneo o meno al consumo per i lattanti e i bambini;

ad introdurre meccanismi premiali e di sostegno finalizzati ad incentivare e a favorire l’indicazione, nell’etichettatura dei prodotti in questione, dei parametri contaminanti di origine fungina;

ad attivarsi nelle sedi opportune – anche comunitarie – al fine di consentire l’introduzione di una corretta classificazione legale dell’età dei bambini ai fini dei prodotti alimentari destinati all’ alimentazione degli stessi, in quanto il decreto del Presidente della Repubblica n. 128 del 1999, che recepisce una direttiva comunitaria sulla materia in questione, configura come soglia anagrafica massima per tali tipologie di prodotto l’età di tre anni, anziché, come sarebbe invece necessario, l’età di dieci anni;

ad assumere le opportune iniziative volte all’inserimento dei differenti tenori di micotossine nella classificazione merceologica del grano duro quotato nelle borse merci;

ad assumere iniziative volte a rendere neutrali e trasparenti le negoziazioni e la formazione dei prezzi, attraverso informazioni dettagliate e tempestive sugli elementi fondamentali di mercato (produzione, consumi, importazioni, esportazioni) anche a valle della filiera;

a assumere ogni idonea azione per organizzare una banca dati, atta a raccogliere elementi in ordine al campionamento per aree, varietà, pratiche agronomiche, condizioni climatiche, cicli di produzione – raccolto, stoccaggio, lavorazione – che consenta una analisi puntuale della presenza delle micotossine prevalenti nelle derrate nazionali e in quelle importate;

ad adottare ogni idonea misura per la standardizzazione della metodologia di campionamento e delle modalità di certificazione delle stesse;

a definire le modalità per l’eventuale accreditamento di laboratori di analisi dei campioni, allo scopo di analizzare ed elaborare dati standardizzati per adeguate valutazioni tecnico scientifiche.

Micotossine grano duro, affare assegnato al Senato

La Commissione Agricoltura del Senato ha dato il via all’ esame dell’ affare assegnato sulle micotossine nel grano.

Riportiamo di seguito la relazione della Senatrice Antezza, che ha riferito in Commissione sul tema.

La relatrice ANTEZZA (PD), rileva preliminarmente che la coltivazione del frumento duro in Italia riveste un ruolo di primario interesse in quanto la stessa fornisce la materia prima all’industria di trasformazione per la produzione della pasta. L’area di coltivazione di questo tipo di cereale, tradizionalmente diffusa soprattutto nel Meridione, si è estesa negli ultimi anni anche in alcune zone del Centro-Nord, dove le condizioni agro-climatiche consentono il raggiungimento di elevati livelli produttivi. Fra gli aspetti qualitativi del frumento duro, assumono una particolare importanza le caratteristiche igienico-sanitarie del prodotto in merito alla presenza ed alla diffusione di metaboliti tossici come, ad esempio, le micotossine di origine fungina che si sviluppano maggiormente negli areali umidi.

Il mercato italiano dei cereali presenta peculiarità strutturali che lo rendono per alcuni versi unico nello scenario produttivo internazionale e comunitario. Per alcune importanti filiere, le necessità di importazione attivano cospicui flussi di prodotti provenienti dall’estero; in tale contesto le campagne di commercializzazione dei cereali sono state – come a tutti noto – dominate da un’alta volatilità dei prezzi delle materie prime a livello mondiale e quindi nazionale. La predetta volatilità potrebbe essere accentuata da fenomeni speculativi e frodi dovute a scarsi controlli qualitativi, che continuano a generare dinamiche anticoncorrenziali causate dalla presenza di massicce importazioni di grano duro estero di scarsa qualità, a seguito delle quali si registra un crollo dei prezzi pagati ai produttori.

Appare opportuno pertanto, in base a quanto esposto, richiamare l’attenzione non solo sul “fenomeno prezzi”, ma anche sul ruolo crescente giocato dai contaminanti – micotossine – come fattori del mercato in grado di influenzarne ed in qualche modo determinarne le dinamiche.

Le micotossine sono sostanze chimiche prodotte da alcune muffe e molte di esse sono addirittura tra i più potenti cancerogeni. Per questo le stesse sono oggetto di controlli e monitoraggi, e sono ammesse dalla normativa soltanto in piccolissime dosi, espresse in parti per miliardo (ppb).

Al convegno nazionale “Dieta mediterranea e salute alimentare”, tenutosi ad Altamura (Bari) il 25 marzo 2011 e presenziato dal presidente della Commissione agricoltura dell’Unione europea, Paolo De Castro, nonchè da diversi altri relatori, hanno partecipato molti agricoltori provenienti da Puglia, Sicilia, Basilicata e Molise, che si sono confrontati sulle caratteristiche tossicologiche dei grani importati.

Si sottolinea poi che nei porti italiani si registra lo scarico di milioni di tonnellate di frumento estero, compreso “grano duro per altri usi” di bassa categoria, con tenori di micotossine e metalli pesanti tali da renderlo inutilizzabile al consumo umano.

Va inoltre rilevato che il rapporto fra mercato e micotossine determina serie conseguenze sulla vita economica di migliaia di aziende italiane ed altresì che lo stesso può costituire una chiave di lettura innovativa e pratica con cui interpretare l’intimo collegamento tra sicurezza alimentare e difesa del reddito degli anelli più deboli della filiera, che sono gli agricoltori e i consumatori.

Nell’ambito del Progetto MICOCER è stata svolta un’attività di monitoraggio a livello nazionale sui livelli di contaminazione nel triennio 2006-2008, avente ad oggetto sia aziende agricole e centri di stoccaggio sia campi sperimentali. In particolare, il monitoraggio presso le aziende agricole ha fornito un quadro aderente alla realtà agricola nazionale, mentre quello relativo ai campi sperimentali appartenenti alla rete di confronto varietale frumento duro ha permesso di effettuare una comparazione dei dati, a parità di condizioni agronomiche applicate, sulla base delle tre principali variabili: anno di coltivazione, località e varietà.

Sulla base dei risultati ottenuti è possibile evidenziare la forte influenza soprattutto dell’ambiente di coltivazione e dell’andamento climatico. Infatti, sebbene vi sia, in generale, un diverso andamento nel grado di incidenza nell’accumulo di valori di contaminazione procedendo dalle zone del Nord verso quelle del Sud, dove tali valori sono pressoché trascurabili, la valutazione del rischio di contaminazione deve tener conto soprattutto dell’ambiente, inteso come microareale, e quindi delle caratteristiche pedoclimatiche proprie delle singole zone di coltivazione.

In ogni caso, è possibile asserire che il livello di micotossine nelle aree meridionali è talmente basso da poterne stabilire un utilizzo alimentare con maggior sicurezza per i consumatori, tanto da poter soddisfare le esigenze più stringenti di quelle fasce più deboli (bambini, malati, convalescenti) e suggerire alcune riflessioni di carattere politico, economico e sanitario, con conseguenti decisioni di carattere legislativo.

Il quadro normativo in materia è da ricondurre fondamentalmente alle disposizioni stabilite in sede comunitaria.

La normativa comunitaria fissa, con il regolamento CE n. 1881/2006, i tenori massimi di alcuni contaminanti nei prodotti alimentari, stabilendo con il regolamento CE n. 401/2006 i metodi di campionamento e di analisi per il controllo ufficiale dei tenori di micotossine nei prodotti alimentari, e definendo altresì specifiche raccomandazioni per prevenire e ridurre le contaminazioni attraverso l’applicazione di buone pratiche di coltivazione e/o di produzione. Partecipano al processo decisionale, insieme alla Commissione europea, i 27 Paesi membri dell’Unione europea, basandosi sulle valutazioni del rischio espresse dall’EFSA (European Food Safety Authority).

La normativa sulle micotossine è quindi materia in continua evoluzione, sia per le nuove conoscenze scientifiche che per le ripercussioni determinate dalle misure adottate rispetto agli scambi commerciali, anche con taluni Paesi terzi importanti produttori di materie prime. La maggior parte dei limiti sono armonizzati e quanto ancora rimasto in ambito normativo nazionale sta per essere progressivamente assorbito nel diritto comunitario. Pur tuttavia rimangono alcune zone d’ombra per alcune fasce di consumatori più deboli (in primis bambini in fascia di età pediatrica).

Va a tal proposito precisato che le norme dedicate alle pericolose muffe dei cereali dettano due livelli di sicurezza, uno per gli adulti e uno, molto più restrittivo, per lattanti e bambini. Purtroppo, però, a eccezione delle costose versioni dietetiche per la prima infanzia, l’industria osserva i limiti più alti indicati per gli adulti. Si tratta di limiti troppo alti per un paese come l’Italia, dove si consuma molta pasta e derivati dei cereali, in misura superiore alla media UE. A tale proposito, la commissione scientifica sugli alimenti della UE ha stabilito in 1 ppb per chilogrammo di peso corporeo la dose totale giornaliera di consumo per il deossinivalenolo. Ebbene, per un adulto dal peso di 70 kg, è sufficiente consumare 100 grammi di pasta con presenza di micotossine nei limiti di legge per superare l’indicazione fissata dall’Unione europea.

Conclusivamente, nel richiamare le considerazioni iniziali concernenti il rapporto fra mercato e micotossine, appare rilevante sottolineare il ruolo rappresentato dai centri di stoccaggio che si trovano nella posizione, delicata e focale, di cerniera fra la produzione agricola primaria e la trasformazione industriale, da rapportare con la necessità di gestire ciò che arriva dal “campo” con le successive esigenze dell’industria.

Fondamentale si dimostra la necessità di poter definire e individuare i quantitativi di prodotto in entrata nei centri, formando partite omogenee non solo per caratteristiche qualitative e tecnologiche, ma anche – in certi anni e situazioni – per livello di contaminanti. Da qui, consegue l’importanza di tentare di definire, partendo dall’esistente, controlli in accettazione più efficaci e realisticamente praticabili in luoghi che, in fase di afflusso dei raccolti, hanno oggettive caratteristiche di complessità logistica e operativa. Ad esempio, una misura per evitare molti problemi potrebbe essere quella di prevedere l’obbligatoria colorazione dei grani duri destinati ad altri usi, sia di provenienza comunitaria che extracomunitaria, al fine di evitare che gli stessi vengano fraudolentemente utilizzati a scopo alimentare negli scambi commerciali tra diversi Stati membri.

Un’altra misura da valutare potrebbe essere l’inserimento dei differenti tenori di micotossine nella classificazione merceologica del grano duro quotato nelle borse merci, oppure la previsione di una revisione del Piano cerealicolo nazionale, che istituisca una Commissione prezzi unica nazionale, nella quale si tenga conto di tali parametri qualitativi e dei fondamentali di mercato. In ogni caso, l’Esecutivo dovrebbe adottare tutte quelle iniziative – sia in ambito nazionale, che in ambito comunitario – volte a ridurre i limiti massimi, previsti dalle normative attualmente in vigore, di micotossine presenti negli alimenti, nella prospettiva di tutelare adeguatamente – anche alla luce del principio di precauzione – la sicurezza dei consumatori, specie per i prodotti destinati ai minori.

In tale ottica, anche le misure di incentivazione della produzione di grano duro italiano potrebbero conseguire l’obiettivo di ridurre la dipendenza dell’industria della pasta dal grano importato, con tutti i benefici derivanti da tale opzione, sia sul piano economico che su quello inerente alla qualità ed alla sicurezza. Si invita, con riferimento a tale ultimo profilo, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali ad emanare i decreti attuativi di cui all’articolo 4, comma 3, della legge n. 4 del 2011, in materia di etichettatura dei prodotti agroalimentari, atteso che nel settore in questione la tutela della qualità è strettamente connessa alla tutela della trasparenza. In particolare, un consumatore può orientarsi verso i prodotti con più elevati standard qualitativi e di sicurezza solo se informato adeguatamente – attraverso un’idonea etichettatura – circa la provenienza della materia prima agricola utilizzata e circa i tenori delle micotossine (deossinivalenolo, ocratossina, eccetera).

La relatrice propone infine di attivare un ciclo di audizioni in ordine alla tematica oggetto dell’affare assegnato in titolo.

Il seguito dell’esame è quindi rinviato.

Grano duro: Fima, Bene iniziativa Coldiretti, ma su salute decisione della politica non del mercato

“Se la Coldiretti ha deciso di sposare le nostre tesi sulle qualità salutistiche del grano duro del mezzogiorno, e di tradurre quel potenziale in un fatto commerciale, partendo dalla Sicilia, l’ operazione non puo’ che lusingarci. Vuol dire che il nostro lavoro di ricerca, studio e divulgazione comincia a dare i suoi frutti a favore dell’ agricoltura italiana e dei consumatori”. Lo dichiara Saverio De Bonis, coordinatore Fima, Federazione Italiana Movimenti Agricoli.

Il consenso sulla riscossa del grano e della pasta italiana senza micotossine è benvenuto.

“Bene, dunque! L’ iniziativa di Marini non è un plagio, ma non basta – prosegue il Coordinatore Fima – la distribuzione di una pasta sana, 100% italiana, priva di contaminanti, non puo’ essere appannaggio di una sola catena, perché è in ballo la salute pubblica. Gli esiti dell’ inchiesta del “Salvagente” sulle paste a marchio dei distributori, dimostrano che occorre essere prudenti. Tale scelta strategica aiuterebbe sicuramente l’ insegna commerciale a rifarsi una sua immagine, ma al prezzo di imbrigliare il mercato. E per i produttori un simile accordo, rischia di diventare limitante e cannibalizzante. Ad esempio, potrà Coldiretti offrire quel marchio, dunque, quel tipo di pasta piu’ sana nei suoi farmer’s market? E’ improbabile. Perché la proprietà del marchio è condivisa con la grande distribuzione che ne decide le strategie di vendita, ma anche i divieti, in una logica ai limiti della concorrenza. E che ne sarà dell’ immagine della pasta offerta da Coldiretti nei suoi punti vendita? I consumatori, per non intossicarsi, dovranno credere a Marini che dice di comprare la sua pasta solo in alcuni supermercati oppure presso i suoi farmer’s market?”.

Meglio sarebbe, allora, estendere quell’ accordo a tutte le altre regioni del mezzogiorno e a tutte le altre catene distributive, in modo da valorizzare l’ enorme miniera d’ oro presente nel sud, restituire reddito agli agricoltori e, soprattutto, difendere i consumatori in qualsiasi luogo della distribuzione, senza preferenze.

Per farlo piu’ facilmente, senza le scorciatoie scivolose del mercato, occorre che il Presidente Marini della Coldiretti, forte dell’ appoggio del Ministro Catania e del Presidente della Commissione De Castro, si impegni pubblicamente a modificare in ambito europeo la norma relativa ai limiti sulle micotossine per il grano e derivati a base di cereali, che risultano oggi troppo elevati. Questa è la vera missione da compiere per superare un paradosso pericoloso sul piano sanitario, che la politica europea non è ancora riuscita a risolvere perchè ostaggio delle lobby industriali! E’ un problema che gli agricoltori stanno sollevando da tempo, anche tramite una petizione antimicotossine, disponibile online.

“La Coldiretti, se crede per davvero nella responsabilità sociale del suo ruolo, senza limitarlo ad un business un po’ miope – aggiunge De Bonis – deve indossare i panni del sindacato e condurre la vera battaglia, che è quella politica, al fianco degli agricoltori e consumatori per ridurre quei limiti, condividendo la nostra petizione, in modo da impedire l’ arrivo in Europa di materie prime di pessima qualità, che danneggiano la salute dei nostri figli e avvantaggiano solo i bilanci degli industriali della pasta. Che continuano a prenderci in giro dicendo che il grano staniero è migliore. Perché è un grano di forza! Invece, dai fatti, quel grano è migliore perché rafforza le loro tasche, ma peggiora la salute pubblica, la bilancia commerciale del Paese, il bilancio sanitario pubblico, dunque, l’ indebitamento complessivo dello Stato”.

E uccide imprese, consumatori e territori. Grazie al grano di scadente qualità, che nei paesi di origine non puo’ essere utilizzato nemmeno per i maiali e che viene importato in Europa a prezzi stracciati, è stato perpetrato un furto colossale a danno del grano italiano di ottima qualità, sinora sottopagato. Lo ha documentato molto bene il servizio Presa Diretta di Raitre. Un danno che si estende anche ai consumatori come ha invece dimostrato il cartello dei pastai scoperto dall’ antitrust. Insomma, un furto impunito, su piu’ versanti, senza risarcimento né per i consumatori né per i produttori, che ha messo in ginocchio migliaia di aziende e favorito l’ abbandono di interi territori del mezzogiorno, ritenuti marginali perché meno produttivi.

Ma la marginalità, in questo caso, potrebbe essere un vantaggio se accompagnata dalla politica e non dal marketing.

“Se si tenesse conto del valore salutistico del nostro grano e dei costi necessari a produrlo nelle zone vocate – sia pur a bassa produttività – l’ abbandono del territorio potrebbe essere evitato ed il diritto alla salute e al reddito salvaguardato. Senza discriminazioni. Perché di fronte alla salute pubblica, e’ necessario andare oltre il principio della nicchia o di una sola insegna. Marini non puo’ limitarsi a dire che adesso deciderà il mercato. Sulla salute deve decidere la politica non il mercato! La vera natura di un sindacato agricolo si gioca sul terreno politico, non su quello commerciale. Altrimenti si rischia di confondere i ruoli!“, conclude.

Micotossine nel latte in polvere e negli omogeneizzati. Effetti ormonali sui bambini

Uno studio di un gruppo di ricercatori dell’ Universita’ di Pisa, guidato da Francesco Massart e pubblicato sulla rivista internazionale The Journal of Pediatrics, ha dimostrato che i problemi di puberta’ precoce – in progressivo aumento in Italia – di cui soffrono le bambine, potrebbe essere dovuto ad alcuni contaminanti presenti nel latte in polvere e negli omogeneizzati di carne.

Si tratta di una micotossina, lo zearalenone, prodotta dai funghi Fusarium, che si sviluppa principalmente sul mais e altri cereali minori nelle zone umide e che puo’ arrivare nel latte e nella carne attraverso animali alimentati con mangimi contaminati.

Tale tossina, come i suoi derivati metabolici, ha un’attività ormonale anabolizzante ed estrogenica già ampiamente dimostrata dagli stessi ricercatori in un precedente studio pubblicato nel 2008 nella stessa rivista. In esso si denunciava un aumento del numero di bambine con pubertà precoce proprio perchè esposte alla micotossina estrogenica. Col nuovo studio, i ricercatori hanno completato la precedente inchiesta, andando a identificare senza ombra di dubbio la fonte di estrogeni, dimostrando che si trova in alcuni latti ed omogeneizzati per l’infanzia.

Per farlo, hanno analizzato 185 campioni di latte artificiale commercializzati dalle 14 maggiori ditte attive in Italia. In particolare, sono stati analizzati 11 tipi di latti per neonati pretermine e 26 tipi di latti per nati a termine. Inoltre sono stati analizzati 44 campioni di sette ditte di omogeneizzati di carne e per ogni tipo di prodotto sono stati analizzati almeno cinque campioni da lotti diversi.

Lo zearalenone è stato riscontrato in 17 (9%) campioni di latte (concentrazione massima 0.76 microgrammi per litro); il metabolita alfa-zearalenolo è stato riscontrato in 49 (26%) campioni di latte (concentrazione massima 12.91 microgrammi per litro) mentre il beta-zearalenolo è stato trovato in 53 (28%) campioni (concentrazione massima 73.24 microgrammi per litro).

I ricercatori hanno calcolato un’ assunzione media giornaliera di questa tossina per un lattante che usi i latti contaminati pari a 5,9 microgrammi per chilo di peso corporeo ogni 24 ore. Limiti questi che superano anche di 10 volte le soglie massime di tolleranza indicate dalla Fao e dall’ Oms. Il Joint FAO/WHO Expert Committee on Food Additives (JECFA) ha stabilito, infatti, un livello massimo tollerabile provvisorio di assunzione giornaliero per lo zearalenone ed i suoi metaboliti (incluso l’alfa zearalenolo) di 0.2 μg/kg per peso corporeo.

Lo zearalenone, secondo l’ Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, non e’ classificabile come agente cangerogeno per l’ uomo.

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